La mostra
La mostra: allestimento e pannelli
Le immagini e un breve video dell’allestimento in via Birago 2 e, a seguire, gli otto pannelli della mostra con i testi integrali e la riproduzione di ciascuno. I testi sono leggibili dallo screen reader e, dove disponibile, ascoltabili nell’audiodescrizione sotto ogni titolo. Per ora, parte delle fotografie di alcune sezioni non è presente per questioni di diritti.
L’allestimento
Un breve sguardo all’allestimento della mostra in via Birago 2: Il video percorre l’allestimento dall’inizio alla fine, mostrando in sequenza i pannelli e le stampe in via Birago 2. Più sotto, alcune fotografie dell’allestimento.






Pannello 01
Due sguardi su via Birago
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Nel 1960 Luchino Visconti gira a Milano «Rocco e i suoi fratelli». Come casa dei Parondi, una famiglia lucana appena arrivata a Milano, sceglie il Quartiere Filzi, e come loro ingresso in città il civico 2 di via Birago.
Durante i primi sopralluoghi per la mostra abbiamo conosciuto Mario, arrivato a Milano dalla Puglia negli anni Cinquanta, e lo abbiamo fotografato davanti alla stessa soglia.
Questa mostra parte dallo sguardo di Visconti e dai luoghi che ha scelto per raccontare la Milano dell'immigrazione, per allargarsi alle persone che quelle strade le hanno abitate, attraversate e trasformate nel corso del tempo.
Le fotografie che seguono raccontano questo intreccio di storie, immagini e racconti di quartiere.
Ho fatto un sopralluogo a Milano per attingere dalla carne viva della città alcuni elementi e identificare gli ambienti, i luoghi in cui avrebbero vissuto i miei personaggi.
Luchino Visconti, intervista, in G. Aristarco, G. Carancini, «Rocco e i suoi fratelli. Cronaca del film», Cappelli, 1960, p. 212.
Pannello 02
Un quartiere, il cinema
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Le strade intorno a viale Argonne raccontano una parte della storia della Milano del dopoguerra. Nel 1950, a poche centinaia di metri da questi insediamenti, Vittorio De Sica ricostruisce il set di «Miracolo a Milano». Dieci anni dopo, a poca distanza, Luchino Visconti gira «Rocco e i suoi fratelli» e sceglie via Birago.
Gli orti e le case di via Negroli, Sismondi, Smareglia e Mezzofanti formavano il cosiddetto «Quadrilatero di baracche», così definito dalla stampa dell'epoca. In viale Argonne si trovavano le Case Minime, costruite dal Comune nel dopoguerra per dare una sistemazione agli sfollati e alle famiglie rimaste senza casa. Poco distante, era nato nella seconda metà degli anni Trenta un esperimento diverso, da molti considerato un quartiere modello dell'edilizia popolare: il Quartiere Filzi, di cui fa parte via Birago.
È questo il contesto urbano che De Sica e, dieci anni dopo, Visconti si trovano davanti. Da qui siamo partiti per tornare nei luoghi dei film e guardare come sono cambiati nel tempo.
Le fotografie di Mario De Biasi, Federico Patellani e Fedele Toscani, insieme alle immagini dell'Archivio Publifoto, raccontano la trasformazione di queste strade.
Pannello 03
Trovare casa a Milano
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Le baracche degli orti vengono demolite. Le Case Minime, nate come soluzione temporanea per accogliere gli sfollati di guerra e le famiglie rimaste senza un'abitazione, resteranno in uso per circa dieci anni, prima di essere a loro volta sgomberate e demolite.
26 MAGGIO 1949 — CORRIERE DI INFORMAZIONE
Si smantella il «quadrilatero» di baracche in viale Argonne
Erano ricetto di corruzione e un labirinto della malvivenza
Le fotografie degli sgomberi raccontano la trasformazione di questi luoghi. Accanto alle immagini abbiamo cercato le parole di chi quelle condizioni le ha vissute: in «Milano, Corea», Franco Alasia e Danilo Montaldi raccolgono le voci di uomini e donne emigrati a Milano, che hanno dormito in cascinotti, sono entrati in case in demolizione, hanno cercato una sistemazione.
Queste voci restituiscono un'esperienza molto diversa da quella che si legge sui giornali dell'epoca, dove gli stessi insediamenti sono un sordido villaggio, un indecoroso agglomerato di catapecchie, un labirinto della malvivenza.
ANGELA O. — 51 ANNI, PUGLIESE
A Porto di Mare siamo stati sei anni. (…) Dopo che abbiamo pagato 135.000 lire la casa di Porto di Mare, noi che ne sapevamo? Eravamo appena arrivati! Poi l'Autorità l'ha buttato tutto giù. Dovevamo andare al paese. (…) U maresciallo era troppo cattivo, oh! per carità! Diceva: “Bisogna farci il foglio di via”. “Maresciallo abbiamo fatto niente!”. “Dovete scomparire. Tutta questa gente qua dovete andare al vostro paese”.
SALVATORE C. — 48 ANNI, PROVINCIA DI CALTANISSETTA
Avevo conosciuto dei paesani e si andava a dormire di nascosto nel cascinotto; poi il padrone non ci voleva lasciare più perché aveva paura dei terroni
Franco Alasia, Danilo Montaldi, «Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati», Feltrinelli, 1960
Pannello 04
La ricostruzione del set
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Lo scantinato dove vanno a vivere i Parondi in via Birago è composto da due stanze: in una sono ammassati quattro letti; l'altro, che comprende anche la cucina e la sala da pranzo, ospita il quinto letto, quello di Vincenzo.
Nel progetto di Albini, Camus e Palanti, tuttavia, i seminterrati dell'edificio non erano abitazioni: ospitavano i bagni con docce, il lavatoio e gli stenditoi comuni.
L'interno dello scantinato che vediamo nel film non appartiene quindi all'edificio di via Birago. Fu ricostruito in teatro di posa, insieme alla porzione di cortile visibile dalla finestra.
È per questo che la scelta del Quartiere Fabio Filzi non è un semplice dettaglio topografico, ma una precisa scelta narrativa. È qui che Visconti decide di far entrare i Parondi nella Milano del boom economico. Non nelle baracche del dopoguerra, né in un luogo di marginalità estrema, ma in uno dei quartieri che meglio rappresentavano la città moderna.
Proprio per questo il loro ingresso assume un valore che supera la vicenda familiare: attraverso quel cortile, Visconti racconta il momento in cui la promessa della città moderna incontra le vite di chi è venuto ad abitarla.
Pannello 05
Fotografie di famiglia
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Nelle due foto di scena Nadia, interpretata da Annie Girardot, è davanti al ritratto della famiglia Parondi. L'immagine della famiglia riunita richiama il modello familiare del mondo contadino da cui i Parondi provengono. Questo equilibrio verrà progressivamente spezzato dall'incontro con la città e con le sue contraddizioni.
In questa fase del film Milano appare ancora come una città piena di possibilità. Nel corso del film questo rapporto cambierà profondamente. Milano entrerà progressivamente nelle dinamiche della famiglia e contribuirà alla sua disgregazione. Nadia è una figura centrale di questo processo: nei materiali di lavoro Visconti parla esplicitamente della ragazza come di un possibile «elemento città», cioè come di una presenza attraverso cui la città e le sue contraddizioni entrano nella storia dei Parondi.
Ringraziamo Raffaella Annacondia per aver condiviso le foto della sua famiglia. Le sue fotografie raccontano una vita familiare diversa da quella rappresentata nel film: due generazioni ritratte nello stesso caseggiato, in momenti di quotidianità, con un'immagine dell'abitare lontana dalla precarietà dello scantinato dei Parondi. Nella prima foto vediamo Giuseppina, sua nonna, con un'amica davanti al cancello d'ingresso alla fine degli anni Trenta. Nella seconda Fiorella, sua mamma, nel cortile interno, anni Cinquanta.
Pannello 06
Via Amadeo, 1976
Ascolta l’audiodescrizione del pannello
Nel 1976, intorno alla casa di via Amadeo 26/1, fotografie e testimonianze raccontano un frammento di vita del quartiere: una festa, un mercatino, un concerto, le persone negli spazi della casa e intorno ad essa.
Sono immagini che restituiscono una dimensione collettiva e quotidiana della città, in un territorio attraversato negli anni da profonde trasformazioni. Dopo la demolizione degli insediamenti di via Marescalchi e delle Case Minime, e la progressiva trasformazione del quartiere, il problema dell'abitare torna a manifestarsi in nuove forme. In quegli anni, tuttavia, la casa diventa uno spazio intorno al quale si costruiscono relazioni, socialità e forme di comunità.
MERCATINO ROSSO IN VIA AMADEO, MAGGIO 1976
FOTOGRAFIE DI LEONARDO CAMPANALE
CASA OCCUPATA IN VIA AMADEO 26/1, MAGGIO 1976
FOTOGRAFIE DI LEONARDO CAMPANALE
Pannello 07
Relazioni, socialità e forme di comunità
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FESTA POPOLARE IN PIAZZA FERRAVILLA, GIUGNO 1977
FOTOGRAFIE DI LEONARDO CAMPANALE
BAR “BEI FIOEU” IN VIA VISCONTI D'ARAGONA, AUTUNNO 1978
FOTOGRAFIE DI LEONARDO CAMPANALE
Nella fotografia: Ivan, Tino
Nella fotografia: Nicoleta
Nella fotografia: Leo.
Pannello 08
Ringraziamenti
Un ringraziamento speciale va agli abitanti di via Birago e del quartiere Acquabella, che hanno condiviso con noi ricordi, immagini e frammenti della storia del luogo.
A Leonardo Campanale va il nostro grazie per aver condiviso con noi fotografie in gran parte inedite, che documentano un momento importante della storia del quartiere.
A Flavio Chiesa, a Rosa Garofalo e a tutto il team dell'Associazione Nazionale Subvedenti, per aver accettato con noi la sfida del laboratorio tattile, contribuendo a trasformare questa sperimentazione in una nuova possibilità di inclusione e accesso alle immagini cinematografiche.
L'Associazione CISTÀ, e in particolare Annalisa Ferrazzi e Davide Petullà, ha abbracciato il progetto fin dalle sue prime fasi: senza il loro aiuto la mostra non avrebbe mai messo piede nel quartiere.
A Patrizia Audenino, a cui ci legano collaborazione e amicizia, dobbiamo un prezioso riferimento per questo lavoro: la sua competenza di storica dell'emigrazione e la sua conoscenza delle trasformazioni politiche e sociali.
A Karin e Alberto del progetto Fotoraccordi nel Gallaratese, per averci aiutato a mettere a fuoco il progetto e a capire quanto le fotografie, riportate nei luoghi in cui sono state scattate, possano rendere leggibile la trasformazione della città.
Agli archivi che hanno reso possibile l'accesso alle immagini: MUNAF – Museo Nazionale di Fotografia / Regione Lombardia, ISEC, Archivio Publifoto – Intesa Sanpaolo, Fondazione Alinari e Fondazione Gramsci di Roma. E a Silvia De Biasi, che ci ha concesso l'uso della fotografia di suo padre Mario.
A Caterina D'Amico, con cui abbiamo discusso il rapporto tra cinema e spazio urbano. La sua definizione dello spazio come «scenografia vivente e palpitante», capace di precedere e sopravvivere al racconto cinematografico, è un'immagine che ci ha accompagnato fin dalle prime fasi del progetto e che continua a descrivere bene la direzione che stiamo cercando di dare a questo lavoro.
A Giovanna Calvenzi, per aver accolto il progetto nelle sue prime fasi con attenzione e generosità, ascoltandoci e incoraggiandoci a proseguire nella ricerca.
A Livio Colombo e Massimo Laratro, per i loro contributi artistici, la vicinanza e l'amicizia che hanno accompagnato questo progetto.
Al Municipio 3 del Comune di Milano, per aver sostenuto il progetto e aver reso possibile la realizzazione della mostra in tempi così stretti.
A tutte e tutti, grazie per aver contribuito alla realizzazione di questa prima tappa del progetto.